MARZO 2014

Addis Abeba, tra la nostra gente


2010-2014: cinque viaggi ad Addis Abeba, in primavera, per visitare la nostra comunità di SelamEthiopia. Ricordo il primo viaggio: ero stordita dal clima (caldo, secco, alta quota), incantata dalla novità, ed ero claustrofobica per la polvere che invadeva la città a causa della costruzione di strade e nuovi quartieri. La città non mi era piaciuta, mentre mi era piaciuto molto l’impatto con la nostra gente. La possibilità reale e concreta di fare qualcosa di buono.

 

Oggi amo profondamente questa città colorata, rumorosa, anche se già devastata dallo sviluppo: Internet  funziona male, la luce va via spesso e con le strade che si allagano anche se non piove.
Lo sviluppo a ritmo serrato della città non tiene conto della cura e del l'ampliamento delle infrastrutture di base. Stanno sorgendo come funghi nuovi condomini tutti in serie dove il governo sposta la gente che vive nelle catapecchie perché le deve abbattere.

 

Di anno in anno le emozioni sono contrastanti ma ce ne è una che rimane uguale: la luce che vedo negli occhi delle donne che abbiamo aiutato e stiamo aiutando. Questo sguardo ottimistico e felice è la nostra linea guida per capire meglio il nostro futuro qui.

Primavera 2014: arrivo più sicura, più consapevole, più preparata. In apparenza almeno. Ma non è mai così. Ogni volta è un’emozione nuova che ti mette sempre alla prova.
 


Come vivono miliardi di persone,
tra cui la nostra gente

 

Ieri ho visitato le case (si fa per dire, per noi sarebbero stanze adibite a pollai o a piccoli magazzini) e mi sono fatta un piantino camminando in strada da sola e pensando a come si possa vivere in queste “non luoghi” di fango e di lamiera, senza un bagno, senza riscaldamento, senza fogne adeguate ma anche senza uno straccio di tavolino e una sedia per fare i compiti di scuola di un bambino. Eppure la nostra gente lì si sente  al sicuro, tra quelli come loro. Lì manca tutto, ma non manca mai la solidarietà.

    

Commovente l'incontro con Kebebysh, sieropositiva, che seguiamo da 8 anni: l'anno scorso stava malissimo e temevo di non vederla più. Ed eccola qui, bella e luminosa che mi accoglie felice. Mi ha mostrato orgogliosa il letto che le abbiamo comprato, perché lei, per lasciare dormire i 2 figli grandi nell’unico letto singolo, dormiva per terra. Le ho regalato dei pigiami morbidi e belli appartenuti a mia madre. Lei continuava a toccarli, a sentirne il profumo e non smetteva di sorridere.

 

Ho visitato poi la casa di Bayoush, la mamma sieropositiva di Kidist. La casa è minuscola e ho visto i letti a castello che abbiamo comprato: anche loro prima dormivano per terra. Grazie al Corso di cucito che Bay ha fatto con noi, ora fa magliette presso la scuola di cucito e le vende. Sembra contenta. Anche lei si commuove quando le regalo dei pigiami felpati e delle stoffe italiane per farci qualche indumento. Mi ha chiesto ancora di seguire Kidist, se lei dovesse morire perché lei non ha nessun parente al mondo. Le ho detto di stare tranquilla perché con noi le donne campano cent'anni.

 

Bello l’incontro con Mesert che ha finito il corso di massaggio e sta facendo pratica. Anche lei è molto felice ma non sta ancora lavorando perché l'anno scorso ha rotto una gamba e ha ancora problemi di mobilità. La stanza dove vive con la figlia è terribile,  non capisco dove possano dormire lei e la figlia (sono piuttosto massicce) visto che c'è un unico materasso piccolo sul pavimento. Ma qui si adattano a tutto.

Visita a due Ong che seguono “gli ultimi”: la Casa di Madre Teresa di Calcutta e l’Orfanatrofio Semin

"Se vedo la massa non faccio nulla se vedo il singolo mi metto in moto", diceva Madre Teresa di Calcutta e questa frase mi è venuta in mente oggi durante la visita a due Ong che accolgono i disperati sul serio:  gli "ultimi" diceva madre Teresa. Malati,  storpi, bambini nati deformi o veri mostri, donne che vogliono partorire e non hanno i soldi, morenti,  che nessun ospedale accoglie. Perché non possono pagare o perché li manderebbero via subito dopo un giorno. 

Quando ti avvicini con l’auto, dalla strada, si vede solo un piccolo cancello. Dentro, la struttura di Madre Teresa, è grandissima. Fa impressione anche la bellezza e solarità delle suore con abiti bianchi candidi con la tipica striscia azzurra. Ti sorridono e senza appuntamento ti fanno accompagnare in visita al centro.  Il luogo ospita fino a 1000 malati e ogni giorno ne arrivano davanti si cancelli almeno 50. C'è una specie di pronto soccorso con delle docce e dei bagni e 2 medici fanno il "triage" come diciamo noi. Ci saluta un medico americano:  lui è qui da 30 anni e parla con i malati come se fossero suoi parenti o i figli. Lui è il famoso medico Rick Hodes. Ho letto il suo libro, “This is a soul”: è bellissimo.

 

I malati vengono accolti finché non sono guariti. E amati lo si vede in tutto. Per attenuare odori e germi nelle grandissime camerate con 50 letti c’è un forte e buono odore di incenso.

Alcuni tentano di darci la mano, difficile sottrarsi anche se come sapete penso che il rischio maggiore qui sia un incidente stradale visto le non norme, i non semafori e le abitudini da vita contadina: la gente attraversa la strada incurante del traffico. E le macchine fanno la serpentina.

Nella comunità di madre Teresa ( le foto sono vietate) c’è un ragazzo di 13 anni che ci saluta caloroso e con lo sguardo sveglissimo:  lui è qui per un tumore nel sangue.

C'è un reparto per i tubercolotici, per chi ha il tifo,  per chi ha contratto malattie gravi da punture di insetti.

A un certo punto abbiamo preferito fermarci nella visita, troppo pesante proseguire anche per Laura, più avvezza di me in queste cose.

Prima di rientrare a casa, Laura e io abbiamo bussato a una Comunità fondata da un gruppo di suore ai primi del Novecento (la loro missione era quella di raccogliere e salvare i neonati lasciati sotto il ponte ogni notte da madri disperate).

 

La superiore francescana ci ha fatto visitare l'orfanatrofio che ha circa 100 bambini. Dai neonati a quelli già grandi. Fino poco tempo fa era un centro di adozioni internazionali ma ora le adozioni da loro sono momentaneamente sospese per ragioni governative. Per la prima volta ho visto una specie di Cottolengo: bambini deformi, ma seguitissimi e amati come gli altri.

 

I tanti disperati e le storie uniche
delle nostre donne

 

Ho visto una massa di malati e disperati vecchi e giovani e bambini e avevo il groppo in gola e nello stomaco. Mi salivano le lacrime in automatico. Ma solo lo sguardo e gli occhi umidi e le storie raccontate a un metro di distanza di alcune delle nostre donne nuove e vecchie hanno messo in moto dentro di me il desiderio e la volontà di continuare personalmente e come Selam Ethiopia ad aiutarle.

Perché solo le storie personali ti arrivano dritte al cuore e ti fanno cambiare marcia e direzione.



Interviste, incontri, vita tra la nostra gente
 

Le mattine a scuola di Laura volano tra incontri, visite nelle case, interviste a chi ci chiede aiuto. Ho intervistato 5 donne con storie angoscianti, le solite che conosciamo purtroppo: abusi, malattie, lutti, figli in fasce a cui manca tutto.  Le storie si assomigliano tutte, donne violentate con AIDS con figli senza marito vi chiedono aiuto per iniziare una piccola attività. Quasi tutte analfabete.

Ieri ho incontrato Zenebech, la ex prostituta he l’anno scorso era disperata perché voleva cambiare vita ma aveva paura di non farcela.  E’ cambiata molto, si vede che ha un obiettivo. Con i soldi che le abbiamo dato si è comprata un kit per organizzare in strada la cerimonia del caffè.

E’ venuto a scuola da noi quel poveretto di 12 anni, triste e vestito di stracci: è il figlio di Askanu che ha l'AIDS nello stadio finale. Voleva dei soldi per mangiare. Gli ho detto di fare delle foto con me così gli ho dato 50 Bir (e il ragazzino che vedete con me bella foto davanti al murales dell'Africa). Andrò a trovare la madre perché le ho portato un maglione caldo per la notte. Me lo aveva chiesto l'anno scorso ma allora non l'avevo.

 

La festa della comunità di SelamEthiopia

 

E' la “solita” Festa da 5 anni ma non è mai la solita festa. Ci sono le nostre famiglie storiche che vengono a ringraziarci e le nuove che vengono per iniziare a sperare.

Quest'anno c'era più gente del solito ed è stato molto emozionante per gli interventi delle donne che stanno già lavorando grazie a noi. E come sempre sono stupita del loro cambiamento nel modo di vestire ma soprattutto di parlare. E quello sguardo che cambia completamente. Perché si sentono più sicure con un lavoro o un diploma in mano.

 

Kebebush ancora una volta "guarita" dalla crisi da HIV mi ha fatto un regalo per me è per Anna.

La signora che ha fatto il corso dei massaggi ed è talmente brava che è stata presa dalla stessa scuola ha detto una battuta e una invocazione per noi impressionante ma - dice laura - molto etiope:

"Auguro a Mariella e alle amiche italiane una  lunga vita finché non cadranno loro tutti i denti e non riusciranno più a mangiare con le gengive”.

Bello l'intervento di Zenebech la ex prostituta che ha invitato tutte a riprendersi la vita in mano come sta facendo  lei. Fozia ha parlato molto bene e alla fine mi ha detto raggiante che il marito che l'anno scorso l'ha pestata a sangue è  morto di infarto. Beh abbiamo brindato!

 


Ho “rischiato il malocchio”!
 

Altra chicca africana: durante la festa e l'incontro all'asilo (tra donne e bambini erano una cinquantina almeno)  ho fatto un saluto pubblico alle donne e avevo il giacchino di jeans con sotto una camicia senza maniche. Avevo caldo e stavo per toglierlo. Laura mi ha fermato bruscamente e mi ha detto di non togliermi il giacchino perché avevo una camicetta senza manica. Perché? Le ho poi chiesto. "Rischi il malocchio." mi ha risposto. Laura dice che qui molte persone hanno energie maligne dentro, se ti guardano a fondo, te le trasmettono. Non ho capito bene, ma ho preferito coprirmi.

 

 

Mariella, aprile 2014

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